è praticamente dall’inizio del pontificato di francesco che autorevoli uomini di chiesa, così anche più osservatori, sostengono che la stragrande maggioranza dei media – soprattutto quelli ritenuti più in sintonia col papa – tradisca il suo messaggio rilanciando soltanto le parole che sono sentite più vicine e censurando invece quelle più lontane. in sostanza, dicono, quando il papa parla di migranti, di accoglienza e di temi sociali ha le prime pagine dei giornali. se, invece, ribadisce il “no” della chiesa all’aborto, all’eutanasia e ai temi eticamente sensibili viene relegato se va bene a un trafiletto.

davvero così stanno le cose?

il mio pensiero è che sì, è vero, spesso (non sempre) così stanno le cose. ma, insieme, non parlerei di tradimento e nemmeno di censura.

mi spiego.

è innegabile che quando francesco parla di certi temi – così alcuni giorni fa quando rendendo noto il suo messaggio per la “giornata mondiale del malato” ha ribadito la legittimità dell’obiezione di coscienza per i medici e gli operatori sanitari di fronte al dovere di difendere la vita e si è espresso contro ogni pratica di eutanasia o di suicidio assistito anche per pazienti affetti da malattie irreversibili – molti media non ne scrivano. ma per comprendere che il motivo non risiede in una volontà esplicita di censura occorre fare un passo indietro e tornare per un momento al pontificato di joseph ratzinger. domandiamoci: perché con benedetto xvi i giornali riportavano continuamente le sue parole sui valori cosiddetti non negoziabili mentre con francesco questa cosa non avviene? francesco, anche se non ama il termine valori non negoziabili – fu lui a dire al corriere della sera che i valori sono valori e come tali è inutile classificarne alcuni come non negoziabili – ritorna spesso a parlare di essi. e allora perché i media non riportano le sue parole, mentre prima di lui avveniva il contrario?

a mio avviso il merito – o il demerito, dipende dai punti di vista – è dello stesso francesco che a differenza di come avveniva precedentemente è attento a due cose.

la prima è a far sì che le sue parole non vengano lette in chiave politica. e così, per forza di cose, i media tendono a ritenerle meno interessanti di un tempo e dunque inevitabilmente a ignorarle.

quando benedetto xvi parlava di certi valori lo faceva spesso in contesti “esplosivi” intervenendo di fatto direttamente su vicende i cui risvolti politici non gli erano – a lui o a chi gli scriveva i testi – sconosciuti. basti ricordare, a mo’ di esempio, le udienze concesse agli amministratori di roma e lazio nel momento in cui era in discussione il registro sulle unioni civili. benedetto xvi chiese con forza che le pubbliche amministrazioni non assecondassero attacchi “insistenti e minacciosi” contro l’istituzione della famiglia (la famiglia naturale, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna) e si guadagnò in questo modo inevitabilmente le prime pagine di tutti i giornali.

francesco, invece, se deve tenere un discorso pubblico davanti a personalità impegnate in politica è difficile che tocchi in modo esplicito argomenti sensibili. e fra l’altro, per stare sull’esempio di prima, è significativo che le stesse udienze concesse a inizio gennaio agli amministratori di roma e lazio siano state da lui tramutate di fatto in udienze private, senza discorsi pubblici. soltanto quattro giorni fa, il papa ha ricevuto zingaretti in qualità di presidente della regione, ma il contenuto del colloquio, privato, è stato reso noto unicamente dallo stesso zingaretti.

il secondo aspetto a cui francesco mi sembra stia attento quando deve dire la sua sui valori un tempo definiti non negoziabili è la tempistica. difficilmente, a differenza di come avveniva prima, il papa si esprime per due volte nel giro di pochi giorni sui “no” all’eutanasia o all’aborto. e questa tempistica ha un’influenza su quanto i giornali parlino o riportino questi stessi temi.

fu padre victor manuel fernandez, teologo vicino al papa oggi vescovo di la plata (argentina), in un libro che scrissi con lui e dedicato al “progetto di francesco” (“il progetto di francesco”, emi) a ricordarmi queste parole pronunciate dallo stesso bergoglio: “se un parroco durante un anno liturgico parla dieci volte sulla temperanza e solo due o tre volte sulla carità o sulla giustizia, si produce una sproporzione, per cui quelle che vengono oscurate sono precisamente quelle virtù che dovrebbero essere più presenti nella predicazione e nella catechesi. lo stesso succede quando si parla più della legge che della grazia, più della chiesa che di gesù cristo, più del papa che della parola di dio”.

se questo è il suo pensiero, si capisce perché dei cosiddetti valori non negoziabili, comunque presenti nel magistero di francesco, i media ne parlino relativamente poco. il papa – credo di poter dire – non ne tradisce il contenuto e i media li riportano con la forza d’urto, minima, che il suo modo di parlarne produce.



l'ho scritto più volte. una delle rivoluzioni più importanti che francesco ha portato è la normalità.

bergoglio è un papa normale. se perde la pazienza per uno strattone ricevuto lo fa davanti a tutti. poi chiede scusa.

se muore una sua amica prende la macchina e va al suo funerale, come è accaduto pochi giorni fa in occasione delle esequie della professoressa maria grazia mara.

questa normalità, tuttavia, dà fastidio a coloro che ritengono che il cristianesimo sia distanza, separazione fra eletti e non eletti, puri e impuri (per qualche esempio basta aprire in queste ore le pagine dei social e anche quelle di qualche giornale).

per lui, invece, questa distanza non c'è e non può esserci.

chi è infatti bergoglio? un peccatore, ha risposto lui stesso più volte. un vescovo che se vuole andare a una processione vi partecipa (così a buenos aires) senza annunciarsi prima e anzi accodandosi. un uomo che ritiene che il cristianesimo non sia una setta - alcuni di qui, tutti gli altri di là - ma una comunione in cui nessuno è migliore degli altri, tutti sono ultimi, tutti si accodano e imparano dall'ultimo arrivato, ognuno insomma è ciò che è, persone che hanno sì scoperto un tesoro, ma lo custodiscono in vasi di creta, cioè in forme plasmabili, modificabili di volta in volta, e insieme fragili, precarie, sempre a rischio di rottura.

sbagliare è umano. e lo è anche per un papa così.


"Renato Guttuso, marina dell'Aspra, 1949"

essere perennemente in crisi, questo per me il segreto di una vita che vuole tendere alla compiutezza.

accettare che nulla sia solo bianco o solo nero, abbracciare l’indefinitezza d’ogni cosa, sedere dove indietro non si può tornare e l’andare avanti non è altro che domandare.

come renato guttuso, che nacque 108 anni fa oggi, e che fu sempre in crisi. la sua arte, così ne parlò il suo amico leoanardo sciascia, nasceva dalla crisi e non pretendeva di risolverla. perché le domande più profonde non hanno soluzione. semmai aprono altri interrogativi spingendo verso un oltre che non ha certezze né confini.

questo oltre è l'unico luogo in cui è degno stare, l'unico approdo che rende ragione della vita e della morte, della finitezza che si è e dell'infinito a cui si tende.

(in alto, renato guttuso, marina dell'aspra, 1949)


Dopo il summit sulle pedofilia avvenuto lo scorso febbraio in Vaticano avevo scritto qui che l'ascolto delle vittime da parte di cardinali e vescovi era un fatto positivo, ma non sufficiente. Al summit nessuna nuova decisione concreta era stata presa per prevenire concretamente gli abusi e per questo motivo la protesta delle vittime mi sembrava legittima.

Il passo nuovo è però arrivato due giorni fa ed è significativo. Con due documenti inediti, infatti, Francesco abolisce il segreto pontificio nei casi di violenza sessuale e di abuso su minori commessi dai chierici e decide, insieme, di cambiare la norma riguardante il delitto di pedopornografia facendo ricadere nella fattispecie dei "delicta graviora" - i delitti più gravi - la detenzione e la diffusione di immagini pornografiche che coinvolgano minori fino all’età di 18 anni.

La decisione presa mi sembra importante soprattutto per i risvolti interni. In questo modo, infatti, Bergoglio mette i vescovi locali nell’impossibilità di invocare – così taluni hanno fatto fino a ieri – il segreto pontificio quando le autorità civili chiedono documenti e collaborazione sui casi di pedofilia in cui sono incriminati sacerdoti sotto la loro responsabilità. Questo alibi cade una volta per tutte e diviene un segnale forte dato proprio a quella parte di Chiesa ancora omertosa, sempre pronta a minimizzare i crimini, e dunque contraria al nuovo corso messo in campo già negli ultimi anni del pontificato di Ratzinger. Insieme la nuova disposizione è un braccio teso alle vittime che come ha detto Charles Scicluna, segretario aggiunto dell’ex Sant’Uffizio, "non avevano l’opportunità di conoscere la sentenza che faceva seguito alla loro denuncia, perché – appunto – c’era il segreto pontificio".

Il processo che ha portato fin qui è stato lungo. Un peso decisivo l’ha avuto il viaggio di Francesco in Cile nel gennaio del 2018. Lì il Papa disse di non credere alle accuse delle vittime. Fu sviato proprio dall'episcopato locale. Quando capì cosa era veramente accaduto, chiese scusa e quindi prese la decisione di convocare le stesse vittime in Vaticano. Nel summit furono loro a parlare davanti a cardinali e vescovi. Un cambio di paradigma non da poco per una Chiesa abituata a rapporti verticali e in alcune sue parti poco propensa all’ascolto.

Certo, non tutto è merito di Francesco. Occorre infatti ricordare che se la Chiesa dà oggi più ascolto alle vittime lo deve anche a Benedetto. Fu lui che per primo decise di inserire nei suoi viaggi internazionali una finestra di ascolto alle vittime locali. Fu lui che prese le prime decisioni sulla strada dell'ascolto permettendo anzitutto ai vescovi di rendersi conto, di aprire gli occhi, di iniziare a vedere. E questo vedere mi sembra la cosa più positiva di tutto. Che vi saranno in futuro consacrati (si spera sempre meno) che ancora commetteranno crimini è forse - purtroppo - inevitabile. Ma che accanto a essi vi sarà una Chiesa che sa vedere, che accetta di non chiudere gi occhi, è conquista decisiva.


L'arrivo a Roma del 62enne cardinale filippino Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, a Propaganda Fide, è a mio avviso motivato anzitutto dalla volontà papale di dare nuovo impulso alla missione della Chiesa nel mondo, la spinta per una evangelizzazione che non abbia paura di entrare nelle periferie non soltanto geografiche ma anche esistenziali. Credo che sia sul filo di questa non facile ermeneutica che va letto anche lo spostamento del cardinale Fernando Filoni da Propaganda all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme anche se ancora non è arrivato ai 75 anni. Evidentemente Francesco vuole qualcosa di nuovo e ritiene che questo nuovo con Tagle possa arrivare.

Credo meno, invece, all'idea dello spostamento a Roma di Tagle in vista di un futuro conclave. Non che Tagle non sia papabile. Lo è. Ha senz'altro buone chance, insomma, di essere eletto un giorno al soglio pontificio. Tuttavia, le sorti del conclave si decidono sempre all'ultimo. Troppe sono le variabili che lo influenzano per dire a priori cosa accadrà. E poi c'è sempre quel proverbio vaticano solo in rari casi smentito con cui fare i conti: "Chi entra papa in conclave ne esce cardinale".

La nomina di Tagle mi sembra piuttosto interessante in chiave geopolitica, in particolare per i rapporti del Vaticano con la Cina. In una recente intervista a Repubblica fu lo stesso porporato - che tiene molto al suo secondo cognome, quello cinese di sua madre: Gokim - a dirsi vicino “alla tradizione cinese” che favorisce “una diplomazia del sorriso, del cibo, dell'ospitalità”. “Io stesso – disse - ho ricevuto tanti inviti in Cina, mio nonno era cinese”. Nel libro intervista scritto con i giornalisti Gerolamo e Lorenzo Fazzini – “Ho imparato dagli ultimi”, Emi –, inoltre, è ancora Tagle a rivelare che quando era prete voleva andare in missione in Cina. E a dire che il suo più grande rammarico sia ancora oggi quello di non aver studiato il cinese: "Me l’aveva detto mio nonno, ma non sono stato costante". Credo che con Tagle la linea vaticana dell’appeasement verso la Cina potrebbe subire ulteriore slancio e aprire la strada in futuro a un possibile e molto atteso viaggio del Papa.


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