Continua il dibattito aperto su questo sito web in merito alla presunta scomparsa dei cattolici democratici. Dopo un primo articolo firmato da Piero Bargellini e una risposta di Stefano Ceccanti, interviene Roberto Rossini, docente di sociologia al Canossa Campus di Brescia, presidente nazionale delle Acli e portavoce dell'Alleanza contro la povertà in Italia (ha anche un blog sull'HuffPost).

Rossini scrive dopo questo mio articolo apparso su Repubblica il primo dicembre nel quale Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato, dichiarava la volontà della Chiesa italiana (e delle sue gerarchie) di aprire una nuova fase di presenzialismo cattolico in politica che arrivi addirittura alla formazione di un nuovo partito. Una fase che, anche a motivo del voto di parte del mondo cattolico per Salvini, sembra essere urgente. Buona lettura.

Salvini, vox populi, vox Dei

Lo spazio da piazza del Duomo a piazza del Popolo è breve. Sempre più breve. A Milano Salvini aveva esibito rosari e bibbie per conquistare la fetta di voto cattolico che già si riconosceva in certo tradizionalismo. A Roma può consolidare, col ministro Fontana che affida la reazione identitaria alla Madonna Immacolata, e poi allargarsi, citando papa Wojtyla e Alcide De Gasperi. In questo modo si compie un'azione politica chiara - mandando un segnale a quell’area che, in termini democristiani, si sarebbe definita dorotea – e si insinua un sospetto. Ma del sospetto ne parliamo dopo.

Ora si deve solo attendere e vedere. Forse non si dovrà attendere molto poiché, se si dimostrasse attendibile una ricerca eseguita dal centro studi AnalisiPolitica (e pubblicata da Libero nell'agosto 2018), già oggi l'85% dei credenti sondati in tema di lotta all'immigrazione clandestina apprezzerebbe la sua politica. E l'apprezzamento sarebbe tanto più forte quanto più è alto il livello di religiosità dichiarato, scrivono. Il quotidiano ha sufficienti elementi per sbandierare che 3 credenti su 4, di fatto, stanno con Salvini e pertanto – secondo le rigide leggi della logica – i cattolici praticanti italiani sarebbero in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche, in particolare contro Papa Francesco, reo di chiedere un'evangelica accoglienza per i più poveri (per quanto stranieri). Insomma, messa così sembra che Salvini abbia ormai conquistato il popolo cattolico. I nomi delle due piazze simbolo, curiosamente, riassumerebbero bene il tutto. Ma il sospetto è proprio questo: citando un Papa come Giovanni Paolo II – ormai usato in termini (quasi) oppositivi rispetto al Papa attuale – e un premier come Alcide De Gasperi – simbolo dell’impegno cattolico nella storia politica italiana - sembra quasi che Salvini cerchi di ricreare quell'unità tra il trono e l'altare che appartiene così tanto al nostro retaggio storico e politico. Un tentativo neanche troppo nascosto di porsi come unico interprete di una ritrovata continuità tra potere politico e potere religioso, senza l’avvallo né delle gerarchie ecclesiastiche né dell’attuale pontefice.

Ma allora, Salvini ha conquistato il voto cattolico oppure no? In realtà sembra che i cattolici continuino a votare più o meno come tutti gli altri concittadini. Stando ai dati Ixé pare che, se proprio si volesse cercare qualche diversità cattolica tra voto di tutti e voto di chi va a messa con costanza, allora gli scostamenti più significativi (ma con percentuali non proprio alte) andrebbero a favore del Pd e di Forza Italia: del voto moderato, insomma. Potremmo quindi affermare una cosa un po' generica ma pur sempre reale: quanto più Salvini si sposta al centro e assume i toni del moderatismo, tanto più sarà votato dal mondo cattolico, in una progressione che parte da destra e si espande lentamente al centro. Ma non oltre un certo punto: il mondo cattolico più impegnato (e più strutturato) e più progressista non cambierà comunque bandiera, anzi tenderà a rafforzare gli elementi di differenziazione. Nessun trionfo salviniano: il vicepresidente del Consiglio coprirà quella parte di elettorato che cerca ordine e legge e nessuno schiamazzo. In qualche misura si dimostrerebbe così che l'appartenenza religiosa non è la vera frattura elettorale. C'è una faglia su cui, semmai, si innesta poi la religione, determinando due posizioni: la difesa della civiltà cristiana oppure la difesa cristiana della civiltà umana. Non è la prima volta che si scontrano queste due visioni e non sarà certo l'ultima. Se dagli anni Sessanta in avanti ha largamente prevalso la seconda, ora la difesa della civiltà cristiana – con tanto di troni e altari – sta riprendendo vigore. Le pulsioni sono profonde. Occorre monitorare con attenzione.



Lunedì 26 novembre 2018 ho pubblicato su Repubblica un'intervista a Leonardo Boff, in seguito all'uscita per Gabrielli Editori di un suo commento a l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis: "Imitazione di Cristo e sequela di Gesù". Il noto esponente della Teologia della liberazione considera questo lavoro il suo “canto del cigno”. A uno dei testi più meditati dopo il Vangelo, e ritraducendo partendo dall’edizione della Tipografia poliglotta Vaticana, Boff aggiunge, "nel tramonto della vita", un quinto libro sulla sequela di Gesù.

L'intervista entra nel vivo del rapporto sempre dicotomico fra Vangelo e potere. Detto in parole semplici: si può essere cristiani e insieme vivere il cristianesimo come prevaricazione e potere da esercitare sugli altri? La risposta ovviamente è negativa, seppure per molti ancora oggi, ne siano consapevoli o meno, non sia una risposta così scontata. Qui pubblico l'intervista integrale, ben più lunga di quella uscita su Repubblica, nella quale Boff parla anche della sua vicenda personale che lo portò a uno scontro durissimo con le gerarchie vaticane. Buona lettura.

Leonardo Boff legge l’Imitazione di Cristo di Tommaso da Kempis, uno dei testi più meditati dopo il Vangelo. Perché un teologo della Liberazione senza la necessità di paragonarsi a un testo ascetico che predica la necessità del ritorno a un dialogo personale con Cristo?

"La teologia della liberazione è nata da un'esperienza spirituale, quella di vedere nel povero il Cristo crocifisso. Ciò ha comportato per prima cosa un senso di indignazione, poi un sentimento di misericordia e infine un'opzione per i poveri contro la povertà e per la giustizia sociale, necessariamente legata a una liberazione a tutti i livelli. Senza tale esperienza originaria non è possibile comprendere la Teologia della Liberazione. La passione dei poveri ci ha permesso di vedere la Passione di Cristo. L'impegno a favore dei poveri è un atto d'amore senza il quale la Teologia della Liberazione non sarebbe teologia. Fin da piccolo ho sempre letto l'Imitazione di Cristo. Con il tempo, però, mi sono reso conto del carattere dualista della sua teologia, che ripone tutta l'importanza sulla dimensione dello spirito e dell'eternità e descrive il mondo come il luogo della tentazione e dell'espiazione. Il Vaticano II ci ha risvegliato a una visione globalizzante, ponendoci tutti sotto l'arcobaleno della grazia divina. Il Regno si realizza nel mondo religioso attraverso la preghiera, ma anche nel mondo laico attraverso l'etica. Ho preso allora la decisione di ritradurre, a partire dall'edizione della Tipografia poliglotta Vaticana, quel testo di carattere dualista alla luce non della mia teologia, ma di quella ufficiale del Vaticano II, pur restando sempre fedele al contenuto originario di Tommaso da Kempis, appena con l'aggiunta di espressioni che inserissero, accanto ai valori eterni, quelli del mondo. Tuttavia, 600 anni dopo quell'opera,  molto è cambiato a livello di teologia e di spiritualità. In maniera particolare in America Latina, ma anche nella teologia accademica europea, si è data molta importanza alla sequela del Gesù storico, al suo impegno a favore dei poveri, al suo conflitto con una religione ritualista e farisaica e con i rappresentanti dell'Impero romano e alla sua predicazione del Regno di Dio, vista come un crimine di lesa maestà rispetto all'unico regno di Cesare. Un conflitto a causa del quale Gesù è stato crocifisso. L'Imitazione di Cristo - centrata sul Cristo della fede, sull'incarnazione del Verbo e sul Dio presente tra noi - quasi non parla di resurrezione, ponendo l'accento sulla morte e sulla sofferenza. Ma ciò non è sufficiente. Per questo, a completamento dell'Imitazione di Cristo, mi sono permesso di aggiungere un quinto libro sulla sequela di Gesù, utilizzando la cosmovisione contemporanea, quella dell'universo in evoluzione, della Terra come la parte pensante dell'universo e di noi esseri umani come quella porzione della Terra che sente, che pensa, che ama e che venera. La Sequela di Gesù è stata concepita all'interno della nuova cosmologia, vedendo il Gesù storico sorgere da dentro la materia dell'universo in evoluzione e farsi nostro fratello. E così credo di essere riuscito a unire il Cristo della fede con il Gesù storico.

Anche Sigmund Freud, Carl Gustav Jung e Martin Heidegger lessero Tommaso da Kempis riflettendo in particolare sul tema dello svuotamento di sé contro ogni attaccamento al proprio io. Di questo c’è bisogno ancora oggi?

"È un tema centrale dell'Imitazione di Cristo e rappresenta l'atteggiamento di Gesù che, "pur essendo di natura divina", ha spogliato se stesso per essere uguale a noi (Filippesi 2,6). Questa rinuncia all'attaccamento al proprio io è la prima virtù del buddhismo e anche del cammino spirituale cristiano: porre l'accento non su se stessi ma sull'altro e su Dio. Ed è il tema centrale del più grande dei mistici dell'Occidente, Meister Eckhart, con il suo Abgeschiedenheit, detachment, la pratica del distacco. Psicologi come Freud e filosofi come Heidegger hanno compreso tale esigenza di Tommaso da Kempis. Il distacco è il primo passo per il vero processo di individuazione e di identità personale. È ciò che ci assicura il dono più grande dopo l'amore, che è la libertà interiore".
 
Lei parla della necessità di trovare una complementarietà tra il Gesù della fede e il Gesù storico. E spiega che seguire Gesù significa assumere la sua causa, correre i suoi rischi ed eventualmente accettare il suo stesso tragico destino. Cosa significa?

"È una realtà testimoniata dalla Chiesa della liberazione dell'America Latina sotto i regimi militari in vari Paesi. È questo tipo di Chiesa a prendere sul serio l'opzione per i poveri, la quale ha prodotto e produce anche oggi tanti martiri, tra i laici e le laiche, i preti e vescovi come Oscar Romero in El Salvador  e Angelelli in Argentina. Tutti impegnati sulla linea della sequela di Gesù, assumendo la sua causa della giustizia per i poveri, della difesa dei diritti umani essenziali e della denuncia dei crimini del regime militare. Chi fa proprio ciò che Gesù ha detto e ha fatto non può pensare di mettere la propria sopravvivenza al di sopra di tutto. Nessun profeta è morto nel suo letto. Tutti hanno vissuto lo stesso destino di Gesù. Questi cristiani impegnati nella sequela di Gesù conoscevano i rischi a cui andavano incontro, ma non per questo hanno abbandonato i poveri e la sacra causa della giustizia. Erano consapevoli che non sarebbero state la persecuzione e la morte ad avere l'ultima parola, ma la resurrezione sperimentata da Gesù dei vangeli: l'irruzione dell'essere umano nuovo, anticipazione di ciò che tutti saranno un giorno".
 
La Chiesa sembra ancora in molte sue parti legata a una visione imperialista/costantiniana, immersa nella storia e votata alla conquista del potere. E Francesco a volte sembra una meteora in un mondo che fatica a tenere il suo passo. Cosa pensa?

"Credo sinceramente che la Chiesa-istituzione, cioè la Chiesa come società gerarchica, non si senta parte del Popolo di Dio come richiedeva il Concilio Vaticano II, ma al di fuori e al di sopra di esso. Organizzandosi non attorno al più antico concetto di communio, di comunione tra tutti, ma attorno al potere sacro (sacra potestas), escludente perché concentrato solo in alcune mani, questo tipo di Chiesa-società gerarchica è caduta nelle tre tentazioni affrontate e superate da Gesù: la tentazione del potere religioso, quella di riformare il mondo a partire dal tempio; la tentazione del potere profetico, quella di trasformare le pietre in pane, e infine la tentazione del potere politico, quella di dominare su tutti i popoli. Nel corso della storia, fino ai nostri giorni, la Chiesa non ha saputo resistere a queste tentazioni, alleandosi ai potenti di questo mondo. E, legandosi ai potenti, ha perso i poveri, non sapendo come evangelizzarli e riducendoli così a semplici fedeli di una parrocchia e a consumatori passivi di beni religiosi. Restano attuali le parole pronunciate dal cattolico Lord Acton (1843-1902) in riferimento ai potenti papi del Rinascimento: 'Il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto'. E ancora: 'Il mio dogma è la malvagità in generale degli uomini detentori di autorità; sono i più soggetti alla corruzione'. E ancora più pertinente è quanto affermava Hobbes riguardo al potere, che, diceva, si sostiene solo sul “desiderio incessante di avere sempre più potere”. Tutte parole che si sono concretizzate nella storia della Chiesa, attraverso una concentrazione enorme di potere unicamente nelle mani del clero, con esclusione in particolare delle donne. È stato necessario un papa proveniente dalla fine del mondo, un papa che ha scelto il nome Francesco, archetipo della povertà e della rinuncia a ogni potere, per mostrare come la gerarchia della Chiesa debba orientarsi in base al servizio (ierodulia) e non al potere sacro (ierarchia). Avremmo allora più una Chiesa comunità che una Chiesa società dal potere esclusivo di alcuni.
 
Lei subì un certo ostracismo da Roma? Come le sembra il Vaticano cinque anni dopo l’arrivo di Francesco?

"Non mi sono mai sentito vittima di ostracismo, perché, una volta promosso allo stato laicale, allo stato di Gesù che era un laico, appartenente alla tribù di David e non di Levi, come evidenzia la Lettera agli Ebrei, ho continuato a fare teologia, a celebrare l'eucaristia nelle comunità senza prete e a realizzare tutti i sacramenti, sempre nel caso in cui manchi un sacerdote. Ho ricevuto il sostegno di molti vescovi, specialmente del cardinal Arns di São Paulo, che è stato mio professore di teologia, e del cardinal Lorscheider, entrambi francescani, che sono venuti a Roma in occasione del processo a cui sono stato sottoposto da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede sul libro 'Chiesa: carisma e potere' (1982), al fine di testimoniare la validità della mia teologia per le comunità del Brasile. Grazie a Dio, non ho conservato alcun rancore per la punizione che mi è stata inflitta del 'silentium obsequiosum'. Sapevo che la teologia del potere sacro operante nella testa dei responsabili dell'ex Sant'Uffizio avrebbe reso inevitabile la mia condanna. Mi sentivo nel vero e avevo l'appoggio della Conferenza dei vescovi del Brasile. Per questo accettai tranquillo l'imposizione del “silenzio ossequioso”, poi sospeso direttamente da Giovanni Paolo II".
 
Papa Bergoglio subisce diverse critiche. Perché questa ostilità?

"Credo che i conservatori fossero abituati a un papa faraone, con titoli e simboli del potere ereditati dagli imperatori pagani. Poi all'improvviso arriva un papa al di fuori del quadro tradizionale, che si spoglia di tutto questo apparato profano che allontana i fedeli e asseconda la vanità clericale. Quando vedo la sfilata dei cardinali in pompa magna penso involontariamente al carnevale di Rio de Janeiro.  Papa Francesco è legato al clima culturale della Teologia della Liberazione di matrice argentina, che è un'opzione per il popolo oppresso e per la sua cultura negata, e ne vive la prospettiva di fede. Rinunciando a vivere nell'appartamento pontificio - sarebbe stato un tradimento nei confronti dell'altro Francesco, quello di Assisi - va ad abitare nel pensionato di Santa Marta e mangia insieme agli altri. Così, scherza, è più difficile che lo avvelenino. È una figura liberatrice, che ama veramente i poveri, che invita i rappresentanti dei movimenti popolari a raccontare la propria sofferenza e ad analizzarne le cause, il sistema che pone il denaro al centro di tutto e che produce milioni e milioni di poveri. Non si era mai vista tanta libertà nel chiamare per nome il sistema crudele e senza pietà che sacrifica la maggioranza degli esseri umani. Non risparmia critiche alla curia romana, al carrierismo e a una Chiesa che intende se stessa come una fortezza, anziché come 'una Chiesa in uscita' o un ospedale da campo. Questo papa è uno scandalo per questi esseri medievali persi all'interno del XXI secolo. Bisogna riconoscere che in Europa vive appena il 25% dei cattolici, mentre il 62% si trova nelle Americhe e la percentuale restante in Africa e in Asia. Quella cattolica, pertanto, è diventata prevalentemente una Chiesa del Terzo Mondo, delle periferie dell'attuale sistema. Ma questi conservatori non accettano un papa che non provenga dal loro vecchio e moribondo cristianesimo. Francesco porta l'atmosfera nuova di Chiese che non sono più lo specchio di quelle europee, ma Chiese-fonti, con la loro teologia, la loro pastorale rivolta specialmente ai più poveri, la loro liturgia e il loro modo di rendere lode a Dio. Così come in Brasile l'oligarchia non ha mai accettato che un operaio venuto dal mondo dei poveri arrivasse alla presidenza del Paese, allo stesso modo questi rappresentanti di un mondo passato non accettano un papa del Terzo e Quarto Mondo. Essi sono, nel significato antico della parola, “eretici”, coloro, cioè, che dividono il corpo ecclesiale. E non si vergognano neppure di nascondere i loro legami con il conservatorismo di Trump attraverso la sinistra figura di Steve Bannon, uno dei suoi consiglieri nonché cattolico reazionario. Nonostante la loro opposizione, scandalosa per i fedeli, papa Francesco è oggi, insieme al Dalai Lama, una delle grandi risorse etico-spirituali dell'umanità. Un faro in grado di alimentare la speranza che esistano ancora la condizioni per salvare la Casa Comune, la vita e la nostra civiltà oggi minacciate dalla macchina di morte che abbiamo costruito e che, con le sue armi chimiche, biologiche e nucleari, può distruggere l'intera umanità. È in risposta a questo pericolo che il papa ha scritto l'enciclica Laudato si' sulla cura della Casa Comune, non solo per i cristiani ma per tutta l'umanità. Questa volta non avremo a disposizione un'Arca di Noè che salvi alcuni e lasci morire gli altri. O ci salviamo tutti insieme o tutti ingrosseremo la fila di chi è in marcia verso l'abisso. Tutto questo papa Francesco lo sa, mentre non lo sanno i suoi oppositori, preoccupati di questioncine morali mentre il Titanic umano sta affondando".
 
Se potesse tornare indietro nella sua vita di sacerdote e di pensatore laico, cosa cambierebbe? Quali errori cercherebbe di non commettere più?

"Non tornerei mai allo stato clericale. Conservo lo spirito francescano del "Sole" di Assisi, come Dante definisce San Francesco. E continuo a fare quello che facevo prima. Nel mio stato laicale vedo persino un segno della Provvidenza divina. Se non fossi stato un laico non sarei mai stato invitato a partecipare all'elaborazione della Carta della Terra e al Gruppo per la riforma delle Nazioni Unite o a collaborare con il presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite Miguel d’Escoto, come suo ghostwriter, nel biennio 2008-2009. Né avrei esercitato altre funzioni, tanto in ambiente accademico quanto in ambito popolare".
 
Si sente sempre un figlio della Chiesa?

"Mi sento un cristiano cattolico ed ecumenico all'interno della Grande Chiesa-Popolo di Dio e amico di papa Francesco. Nel tramonto della vita - compirò 80 anni a dicembre - non mi preoccupo del passato ma rivolgo i miei occhi all'eternità. Il mio canto del cigno, come teologo, è stato quello di ritradurre l'Imitazione di Cristo, opera di uno dei più grandi maestri spirituali, aggiungendo un capitolo sulla Sequela di Gesù. Unire il mio nome, quello di un theologus peregrinus, a quello di Tommaso da Kempis è per me l'onore più grande. Ne è valsa la pena?, si domandava Fernando Pessoa, il più grande poeta portoghese. Faccio mia la sua stessa risposta: 'Tutto vale la pena se l'anima non è piccola'. Posso dire che, con la grazia di Dio, ho cercato di fare in modo che la mia anima non fosse piccola".

(Traduzione di Claudia Fanti)


Il dibattito aperto su questo sito web in merito alla presunta scomparsa dei cattolici democratici, col primo articolo firmato da Piero Bargellini, ha suscitato interesse. La prima risposta in merito, in sostanza tre obiezioni e una critica di fondo, viene qui di seguito da Stefano Ceccanti, costituzionalista dell'Università La Sapienza, deputato del Pd, già presidente nazionale della Fuci. Resto convinto che rimettere al centro del dibattito la politica, in mesi di dibattito politico gridato e superficiale, sia decisivo. Buona lettura.

Non si può riavvolgere il filo come se nulla fosse accaduto

di Stefano Ceccanti

In primo luogo avrei dei dubbi a impostare un dibattito oggi di tipo intra-cattolico su dove siano i “cattolici democratici”: penso che sia una forma di autoghettizzazione.

Se infatti è vero, come si scrive nel primo intervento, che sono in crisi le forze che sono state il perno del secondo sistema dei partiti, questo non rilancia affatto partiti identitari, ma nuove forme comunque plurali: la Lega è un partito nazionale anti-immigrati che raccoglie tutti con questa priorità e il M5s è un originale esperimento populista italiano molto eterogeneo come provenienze. Tutto sono, comunque, tranne un rilancio di vecchie identità. E, fermo restando il calo molto pronunciato della pratica religiosa nelle fasce più giovani, cattolici ne troviamo ovunque, sia nelle forze per il momento declinanti sia in quelle in ascesa.

Non mi sembra neanche convincente, in secondo luogo, l’idea che esista un cattolicesimo democratico nella società senza rappresentanza in politica perché è stata ed è l’offerta politica che ha plasmato quello che definiamo cattolicesimo democratico, trainando dalla politica l’evoluzione della Chiesa, ben più di quanto non sia accaduto in senso inverso.

Non sono neanche convinto, terza obiezione, che prima del 1989 il cattolicesimo democratico si definisse “tout court” come keynesiano senza aggettivi e senza problemi. Il dibattito sul ruolo dello Stato nell’economia, sulle degenerazioni statalistiche, burocratiche e clientelari, in breve sui fallimenti della politica, altrettanto reali di quelli del mercato, era ben vivo nel cattolicesimo democratico a partire dagli anni ’70 ed ’80, oltre che esplicitato nella “Centesimus Annus”: si pensi all’impostazione di Beniamino Andreatta che tanto incise nell’Ulivo e in Europa, ancor prima della Terza Via, alle poche forze di sinistra riformista che si trovarono a governare in quel periodo in controtendenza rispetto a Reagan e a Thatcher, ma tenendo conto dei problemi oggettivi emersi con le tradizionali ricette (dal Psoe di Gonzalez all’azione di Rocard e Delors in Francia).

A dir la verità, dal punto di vista culturale, il cattolicesimo democratico, sul piano della cultura politica, si è scomposto e ricomposto proprio su questa linea di frattura, cioè se lo Stato dovesse essere soprattutto regolatore più che gestore diretto. Chi ha proposto la prima impostazione, al netto di vari problemi e del fatto che le policies vanno sempre aggiornate e pensate laicamente, si è comunque ritrovato e si ritrova vicino al Pd di questi anni, insieme ad altri che vengono da altre tradizioni della sinistra che erano nate più liberali o che avevano assorbito nel tempo elementi di liberalismo. E’ quanto cerchiamo di sostenere ad esempio con l’associazione di cultura politica Libertà Eguale (www.libertaeguale.it). Chi invece non ha condiviso questa linea si è trovato e si trova più favorevole al M5s o alle parti della sinistra che immaginano un accordo col M5s esattamente con questa comune impostazione statalista, insieme ad altri filoni della sinistra per i quali il liberalismo non è visto come un patrimonio positivo.

Quindi non è esattamente che i cattolici democratici non esistano sul piano politico, è che a partire da quella tradizione si sono create divisioni e nuove convergenze che non sono reversibili. Se vogliamo ritrovarli come ieri non li possiamo incontrare perché qualcosa è avvenuto. Per carità, altre cose potranno avvenire, ma non è che il filo si potrà riavvolgere come se nulla fosse accaduto.

PS. Dopo l'articolo di Stefano Ceccanti ecco la controreplica di Piero Bargellini

Caro Ceccanti,

appena ho saputo della pubblicazione del suo articolo sono subito andato a leggerlo perché ritengo che la questione che ponevo fosse centrale nella politica italiana.

Io non credo che Lega e M5S facciano politiche molto diverse da quelle in uso negli anni ’60. Essi si illudono che solo immettendo denaro pubblico nel sistema si riattivino i consumi e con loro l’economia tout-court. E’ un classico intervento Keynesiano fatto da chi Keynes lo conosce per sentito dire.

L’investimento in opere pubbliche o in sussidi alla disoccupazione, non va visto come una immissione di denaro nel sistema, ma come una efficientizzazione del sistema complessivo, questo è il nocciolo di Keynes. L’autostrada del Sole del 1958 fu un intervento di stampo Keynesiano non per i soldi che riscuotevano gli operai, ma per la maggiore efficienza complessiva del sistema trasporti che ne ricavò il sistema Paese. Da questo tipo di interventi ci fu una reale redistribuzione del reddito perché la maggiore efficienza (osteggiata dal PCI) creò nuovi posti di lavoro e nuove imprese.

La Bre-Be-Mi, ha aggiunto una scarsissima efficienza complessiva al sistema Paese e se andiamo a tirare le somme tra costi e benefici, è assai probabile che sia vicina allo zero.

Da questi due semplici esempi se ne traggono due conclusioni:

1 – Il meccanismo di sviluppo non riguarda la quantità di soldi immessa nel sistema, ma l’aumento dell’efficienza complessiva del sistema.

2 – In una società avanzata, l’aumento dell’efficienza del sistema non è proporzionale alla quantità, ma alla qualità dei risultati. (Nel Burundi la prima scuola, il primo ospedale, la prima autostrada hanno un grado di efficienza elevatissimo; in Italia la centesima scuola, ospedale o autostrada hanno un grado di efficienza complessiva molto limitato).

Detto questo, come vede, non si tratta di decidere se lo Stato è il regolatore o il gestore diretto dell’economia (è ovvio che preferisco il primo); il problema sta ancora a monte e lo possiamo riassumere nella domanda “come si fa a rendere più efficiente il sistema Italia?”.

Qui le ricette economiche si dividono: c’è una parte, consistente, della sinistra che rimpiange il bel tempo che fu e che avrebbe voluto una Fiat nazionalizzata e una Ilva in mano pubblica nonché una Alitalia, pozzo senza fondo per 11.000 persone. Landini e Camusso vanno a braccetto con Di Maio che è un populista ma che ripropone modelli economici da anni ’60; c’è qualcosa di nuovo in questo?

In generale si può dire che la crisi delle socialdemocrazie europee, ovunque sull’orlo dell’estinzione, derivi principalmente da una vecchia interpretazione del modello Keynesiano, e il Pd non fa eccezione.
La destra sociale, interpretata con eccellenza da Salvini, non vuole i migranti, ma non perchè sia razzista, come alle volte la dipingono. Se aumenta la domanda di lavoro (i lavoratori) diminuiscono i livelli salariali e chi è immigrato ha una intraprendenza sconosciuta ai nostri giovani. Se il PD fosse davvero nei luoghi di produzione se ne sarebbe accorto; io che per professione le fabbriche le ho girate spesso, me ne sono accorto subito. I migranti di prima generazione scalzano gli italiani dalle posizioni lavorative, sia autonome che subordinate, e quelli di seconda hanno profitti scolastici molto superiori ai nostri giovani così che si prevede che tra qualche anno scalzeranno anche le posizioni del ceto medio che adesso si sente al sicuro.
La controprova a queste affermazioni la può avere leggendo le cronache del dopo peste nera del 1348, quando  con il 30% in meno di popolazione i salari schizzarono alle stelle decretando un avvicendamento delle classi più agiate.

Non è un caso che la Cgil, a parole favorevole ai migranti, nei fatti non abbia mai proposto nulla di concreto per l’inserimento al lavoro dei migranti tanto che i raccoglitori di pomodori sono ancora lì senza alcun diritto.

Come vede sempre politiche falsamente Keynesiane, ma nella sostanza tutelatrici di corporazioni e nulla più, come nel caso della scuola.

A tutto ciò vanno aggiunti almeno 2 elementi.

Il primo è che oggi non è più possibile alcun accantonamento se non in denaro. Negli anni ’60 con il surplus si potevano acquistare immobili, aprire una attività, comprare terreni; oggi tutto questo è precluso ad eccezione del deposito finanziario. Chi ha una casa in più oltre alla abitazione, ha un debito non certo un capitale e se ne vuole sbarazzare più alla svelta possibile. Le attività artigianali e commerciali stanno chiudendo e per sopravvivere devono evadere il fisco, questa la realtà. Non avendo altre possibilità di accantonamento se non nel settore finanziario, l’economia reale (il lavoro) ha perso valore a tutto vantaggio del denaro; la conseguenza è che chi ha denaro non lo reinveste ma lo tiene sotto il mattone (tesaurizzazione dell’economia), tanto che dopo la valanga di soldi che la BCE ha immesso nel mercato non c’è inflazione. Una bella differenza rispetto agli ’60!

Il secondo elemento è più complesso. Il sistema di rilevamento, e quindi di conoscenza della società, è stato costruito sulla società elettromeccanica del ‘900 e non è adatto per conoscere la società informatica in cui siamo. Le statistiche ognuno le adopera per proprio tornaconto di corporazione o per supportare una tesi precostituita. Dai numeri si legge tutto e il suo esatto contrario perché siamo in una nuova era. E’ come stabilire il tasso di disoccupazione della società medioevale.

Prima, per conoscere l’andamento dell’economia erano sufficienti tre dati:  i passaggi autostradali dei camion, il consumo di energia elettrica industriale, e la quantità di packaging (gli imballaggi). Nella società informatica le “informazioni” non viaggiano in autostrada, non consumano corrente e non hanno bisogno di imballaggio.

Infine, a testimonianza di un cambiamento di era, dopo 3 secoli è cessato l’inurbamento e 10 milioni di italiani hanno cambiato residenza dal condominio cittadino alla frazione e al borgo. Il condominio è un luogo dove tutto è normato e stabilito ma manca il “bene comune”; nel borgo invece questo è ben presente assieme alla identità di paese. E’ cessato quindi la rivendicazione di continui “diritti” e c’è una rivalutazione del “bene comune” soprattutto nelle piccole comunità: è la fine del “pannellismo”.

Di fronte a tale metamorfosi è più che logico che i cattolici democratici abbiano un momento di riflessione. Le vecchie ricette non funzionano più e siamo ancora privi di un nuovo modello economico-sociale a cui ancorare l’azione politica. Ciò nonostante esiste un tessuto sociale che si va formando nelle parrocchie, ma non solo, nei borghi, nelle frazioni, nelle comunità anche laiche, che però non ha ancora fatto il gradino successivo: quello di essere consapevole di essere un nuovo soggetto sociale, poi economico e politico ma soprattutto di essere portatori di soluzioni valide per tutto il Paese. Gli attuali soggetti sociali hanno invece soluzioni per la loro singola corporazione e nulla più.

Non si tratta di riavvolgere il filo, il passato non torna, ma di contribuire a far nascere questo nuovo soggetto sociale che è ancora in embrione.

Per ovvi motivi non mi potevo dilungare molto, tuttavia per ogni punto che ho toccato è già stato fatto un approfondimento di idee e di contributi scritti sul giornale diocesano La Vita.


Che fine hanno fatto i cattolici democratici?

Il voto del 4 marzo sembra aver sancito la fine dei cosiddetti partiti plurali. Il Partito Democratico, in particolare, appare in grande crisi, e così Forza Italia. Mentre cresce sempre più sia la destra sovranista e post ideologica sia il populismo istituzionalizzato dei 5 Stelle.

Eppure non sono pochi coloro che si ritrovano fuori da questo schema, fra questi coloro che si sentono vicini al cattolicesimo politico, democratico e sociale italiano. Una presenza importante ma oggi, come mai prima, incredibilmente flebile. Perché?

Uso di questo mio blog per aprire un dibattito, consapevole che la conservazione e la qualità della democrazia italiana può dipendere anche da un riaffermarsi di questo cattolicesimo dalla storia non certo marginale.

Il primo intervento è di Piero Bargellini, 67 anni, nonno di sei nipoti, sposato da 45 anni. Iscritto alle Acli dal 1970, vive a Pistoia. Attualmente è collaboratore dell’Ufficio Studi del movimento. Componente della redazione del giornale diocesano “La Vita” e membro della commissione della pastorale sociale della stessa diocesi di Pistoia. Per lui il cattolicesimo democratico è sì morto da tempo, sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, ma non lo sono i cattolici democratici.

Non più immediatamente visibili, ma ci sono

di Piero Bargellini
Novembre 1989: crollava il muro di Berlino. Tutti esultavano per la fine del comunismo, ma quando tolsero le macerie del muro trovarono un cadavere inaspettato: era quello di John Maynard Keynes.

Gli addetti avvertirono subito le classi dirigenti, ma queste dettero l’ordine di tenere nascosto il ritrovamento e continuarono imperterrite come se nulla fosse successo.

Potremmo far risalire al novembre del 1989 la fine del cattolicesimo democratico, esattamente con la morte di Keynes. Dopo quella data ci furono dei sussulti, dei ritorni di fiamma, ma ormai il destino era segnato.

Il cattolicesimo democratico si afferma in Italia nel secondo dopoguerra ad opera dei “professorini” della Dc che introducono un capitalismo nuovo e dinamico nel Paese che prima fa la ricostruzione e poi costruisce il “boom” economico degli anni ’60.

Il filo conduttore di questa nuova teoria (economica, sociale e politica) si ritrova nel documento di Camaldoli della nascente Dc addirittura del 1943 e messa in atto da un ex comandante partigiano cattolico Enrico Mattei a partire dalla fine del 1945.

Questa spinta fu talmente forte e prorompente che riuscì non solo ad arginare l’avanzata comunista, ma dopo pochi anni spazzò via le resistenze del capitalismo ante guerra, ancora tutto arroccato sulla difesa dei privilegi e delle prerogative di una classe sociale ormai vecchia e compromessa con il fascismo.

Sul versante laico il maggior interprete di questa nuova visione fu Adriano Olivetti, tuttavia questi due filoni di pensiero avevano in comune il profondo spirito religioso che li animava.

Sul piano politico non fu una passeggiata: l’autonomia della politica dal Vaticano fu una conquista lunga e dolorosa di cui ne fece le spese De Gasperi per il suo rifiuto alla alleanza con i neo fascisti alle elezioni del comune di Roma nel 1951 tanto che non fu più ricevuto più in Vaticano.

Però, nonostante questi incidenti di percorso, il cattolicesimo democratico si affermava fino ad arrivare alla sua consacrazione ufficiale durante il Concilio Vaticano II e il pontificato di Paolo VI.

Nel 1944 nascono le Acli con Achille Grandi in appoggio al sindacato unico della Cgil, poi con la scissione sindacale del 1948 nasce ufficialmente la Cisl che, pur non essendo un sindacato cattolico, ne è comunque vicina. Le due associazioni affondano le loro radici nella nuova teoria Keynesiana che si dimostra capace di trovare un punto di equilibrio tra capitale e lavoro.

È un equilibrio dinamico che vede anche aspri confronti con il padronato, ma che è capace di superare il liberismo di anteguerra con le trattative a tre che includono anche lo Stato. Anzi questo diventa un elemento essenziale per la redistribuzione del reddito così come era previsto dalla teoria economica. Di contro, la Cgil si attarda sulla vecchia concezione di cinghia di trasmissione del partito a cui è delegata la Politica, quella con la “P” maiuscola.

Gli anni ’60 sono il periodo di massimo fulgore del cattolicesimo democratico; menti illuminate e il ricambio dei vertici della Chiesa lo assumono e lo fanno proprio. Molti operatori sono animati da due precise convinzioni: una è la convinzione delle nuove teorie economiche che stanno dando i loro buoni frutti, e l’altra è un forte spirito evangelico a servizio dei lavoratori vissuti come i più bisognosi di aiuto.

Sarà proprio questa duplice motivazione che al tramonto del keynesismo porterà molti cattolici democratici a disperdersi in mille rivoli perdendo quella visibilità e forza che avevano avuto per almeno tre decenni.

Negli anni ’70 il cattolicesimo democratico nel suo aspetto più propriamente politico è ancora capace di portare a termine importanti riforme come il nuovo diritto di famiglia e la riforma sanitaria, inoltre dà il contributo di sangue di gran lunga maggiore al terrorismo, segno evidente che è ancora vivo e vegeto. Non è un caso infatti, se il declino delle Br inizia con il perdono di Giovanni Bachelet agli assassini di suo padre Vittorio, dal pulpito della chiesa durante i funerali nel 1980.

Sul piano più strettamente economico la fine degli anni ’70 è segnata da una forte inflazione in tutto il mondo occidentale. In molti Paesi si attuano politiche keynesiane di spesa pubblica sia corrente che di investimenti, ma ben presto ci si accorge che non danno i risultati sperati. Addirittura si conia una nuova parola: stagflazione. La stagnazione economica in presenza di inflazione; un fenomeno che nessuno aveva previsto e che mai era successo prima. Sono i primi sintomi evidenti dell’affanno delle teorie economiche applicate senza alcun riscontro con una nuova e mutata realtà.
Con la fine del comunismo, cade l’ultimo legame che aveva tenuto assieme un quadro politico ormai logoro e senza più una prospettiva economico-sociale.

Sotto le macerie del muro di Berlino viene trovato il cadavere di Keynes che alcuni si ostinano a nascondere nel tentativo di continuare ad attuare politiche assistenziali.

Il resto è storia recente. In venti anni c’è la finanziarizzazione dell’economia, spariscono i beni di investimento ad eccezione del denaro, l’equilibrio dinamico tra lavoro e capitale si rompe a tutto vantaggio del capitale finanziario e la compressione del lavoro.

A distanza di qualche lustro possiamo dire che il cattolicesimo democratico, così come lo abbiamo conosciuto nel ’900, è scomparso; tuttavia rimangono i cattolici democratici.

Rimane la Cisl che però ha perso la cornice teorica all’interno della quale ascrivere il proprio operato; rimangono le Acli anch’esse con lo stesso problema ma con il vantaggio di stare sotto l’ombrello della Chiesa in attesa di tempi migliori; rimane l’Agesci che non avendo finalità politiche ma solo educative è stata poco coinvolta da questo cataclisma; rimangono le mille e mille associazioni di base, a cominciare dalle parrocchie, dove si svolge il volontariato sociale.

I cattolici democratici non sono scomparsi, solo che non sono più immediatamente visibili, ma ci sono.

Essi non hanno più una prospettiva comune sia economica che politica perché essa è morta sotto le macerie del muro di Berlino; non ce l’hanno loro come non ce l’ha tutta la sinistra italiana, politica o sindacale che sia; rimane tuttavia intatto lo spirito evangelico di servizio agli ultimi.

Eppur qualcosa si muove.

Basta girare per le parrocchie, per le comunità, nei corridoi dei seminari per accorgersi che c’è un nuovo fermento, un “novo sentir”. Si rifugge dalle grandi organizzazioni, mentre si privilegia la piccola comunità dove tutti si conoscono e partecipano. In 40 anni ben 10 milioni di italiani hanno cambiato residenza scappando dalla città e sono andati ad abitare nella frazione o nel borgo.  Sono venuti via da un condominio, dove i diritti sono tutti regolamentati e sono andati nella frazione dove invece prevale il “bene comune” e l’identità. Le stesse relazioni familiari si sono rinsaldate pur abitando in nuclei anagrafici diversi.  

Fioriscono in tutta Italia le “cooperative di comunità” (incredibile a dirsi ma la più alta concentrazione è a Scampia) e fenomeni come la Tav o la Tap posso essere letti in questa ottica.

Si va affermando un nuovo soggetto sociale, che per ora rimane tale, ma ha tutte le potenzialità per cresce e svilupparsi come soggetto autonomo culturalmente e politicamente.


Ho scoperto, grazie a una segnalazione di padre Jacques Dupont, procuratore generale dell’Ordine dei certosini presso la Santa Sede, (ex matematico, fino al 2014 è stato priore della Certosa di Serra San Bruno dove ha vissuto per ventun’anni. Oggi vive come un eremita tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti) la figura di madre Geneviève, eremita protestante scomparsa nel 1961.

Sposata con Léopold Micheli e con tre figli, sceglie il silenzio dopo l’improvvisa morte del marito. "Il mattino di mercoledì 21 giugno – racconta lei stessa nel libro di Minke de Vries, “Verso una gratuità feconda” (Paoline) – Léopold arrivò. Aveva deciso di godersi appieno le vacanze. L’avevo visto raramente così sereno e così felice. Rimase subito incantato dalla nostra sistemazione. Appena pronti, si dovette scendere in spiaggia, i bambini erano felicissimi di rivederlo".

Il giorno dopo il mare era mosso. Léopold annega dopo aver salvato due persone. Il suo corpo viene gettato sulla spiaggia qualche ora dopo. Geneviève, vedova a 27 anni con tre figli piccoli, continua: "Come in un sogno spaventoso preparai dei telegrammi, poi tornai nella cameretta dove tutto era stato preparato da mani sconosciute ma davvero amiche. Léopold riposava. È la parola giusta, riposava con una straordinaria espressione di serenità e di pace. Le sue belle mani fini erano giunte e il suo caro volto era così bello e così giovane. Non c’era traccia sul suo volto, di sofferenza o di lotta e, guardandolo, non potevo disperarmi. Nonostante tutto, la pace scendeva nella mia anima, insieme a una specie di grande sentimento di rispetto: il mio amato era là, e tuttavia era così lontano".
 
La notte passa lenta, l’angoscia tracima dentro Geneviève. Tuttavia, dice, "al mattino ebbi la sensazione che a forza di angoscia, di cedimenti, di disperazione, la pace fosse entrata nel mio cuore: sapevo con certezza che Dio mi avrebbe aiutata. Sul letto di Léopold erano sparsi gerani rosa e tutti i fiori donati dalle brave persone dei dintorni. Si celebrò una funzione bella, tranquilla. Non ricordo cosa disse Georges – il pastore, ndr – ma ogni parola veniva da Dio, ed era la certezza, ed era l’amore, e sentivo Léopold vicinissimo, ma Léopold trasfigurato, luminoso, vivo in una vita superiore, che comprendeva tutto, che amava completamente, libero da limiti e da ostacoli. Adesso potevo andarmene verso Ginevra, sola, Dio aveva vino la morte; non c’era più terrore, né angoscia, non c’era altro che il grande amore di Dio".
 
Geneviève dopo la morte del marito si dedicò al silenzio e alla vita ecumenica. A Ginevra fu collaboratrice della dottoressa Marguerite Champendal e tenne corsi alla scuola per infermiere Le Bon Secours. Partecipò attivamente alla fondazione dell’associazione Dames de Morges (1913), che riuniva donne coniugate; con alcune di loro diede vita al Movimento dei ritiri spirituali, che fu poi all'origine della comunità di Grandchamp. Nel 1928 strinse amicizia con Marguerite de Beaumont, che collaborò ai ritiri. Soggiornò in seguito a Parigi (1930-40), dove frequentò corsi alla Sorbona e stabilì contatti ecumenici. Chiamata da de Beaumont nel 1944, divenne “madre” della nascente comunità di Grandchamp. Nel 1952 pronunciò i voti insieme alle prime sorelle. Sotto la sua guida, Grandchamp adottò la regola di Taizé (1953) e divenne un luogo di diffusione del pensiero ecumenico.
 
Padre Jacques Dupont mi ha girato questo bellissimo e breve testo di Geneviève sul silenzio. Lo pubblico qui di seguito. Buona lettura.
 
"Quando siamo in silenzio, accadono grandi cose. Sembra che, uno dopo l'altro, tutti i rivestimenti inutili cadano, i volti in prestito scompaiono, le ricchezze o povertà ingombranti si depositino.
Tutti i rumori intorno a noi fanno molto meno chiasso di noi stessi. Il vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi.
Tutti gli ostacoli che la vita, il rumore e la precipitazione ci impediscono di vedere e che, nel silenzio, si ergono implacabili, immensi, ci isolano da Dio e dai suoi figli. È necessario che vediamo in faccia, senza trucco, né ornamento, la nostra anima e la nostra vita. E vi sfido di vederla al di fuori del silenzio davanti a Dio.
Quante parole umane inutili e dannose, invece del grande silenzio di Dio che ripara, rialza e rafforza! La parola è la nostra maschera quando non scaturisce dall'anima, ispirata da Dio, lentamente preparata dal pensiero e dall'essere; è un rumore, una fuga, una dispersione.
Quando si è vissuti nel silenzio con Dio, quando si ha ricevuto da lui quel battesimo del silenzio, questo sacramento del silenzio, della purificazione interiore, dell'umiltà, dell'amore, questa creazione dell'uomo nuovo, si può rientrare nella vita senza paura, senza terrore, perché il silenzio di Dio è in noi".


Appuntamenti

31 gennaio 2020  
Ore 20.30

presso la Sala dialogo dei
Missionari Verbiti a Riva del Garda (Trento)
via Venezia 47
Francesco, “Progetti e speranze dopo il Sinodo per l’Amazzonia” 

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