Quale futuro per i cattolici in politica? La parola a Roberto Rossini #3

Continua il dibattito aperto su questo sito web in merito alla presunta scomparsa dei cattolici democratici. Dopo un primo articolo firmato da Piero Bargellini e una risposta di Stefano Ceccanti, interviene Roberto Rossini, docente di sociologia al Canossa Campus di Brescia, presidente nazionale delle Acli e portavoce dell'Alleanza contro la povertà in Italia (ha anche un blog sull'HuffPost).

Rossini scrive dopo questo mio articolo apparso su Repubblica il primo dicembre nel quale Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato, dichiarava la volontà della Chiesa italiana (e delle sue gerarchie) di aprire una nuova fase di presenzialismo cattolico in politica che arrivi addirittura alla formazione di un nuovo partito. Una fase che, anche a motivo del voto di parte del mondo cattolico per Salvini, sembra essere urgente. Buona lettura.

Salvini, vox populi, vox Dei

Lo spazio da piazza del Duomo a piazza del Popolo è breve. Sempre più breve. A Milano Salvini aveva esibito rosari e bibbie per conquistare la fetta di voto cattolico che già si riconosceva in certo tradizionalismo. A Roma può consolidare, col ministro Fontana che affida la reazione identitaria alla Madonna Immacolata, e poi allargarsi, citando papa Wojtyla e Alcide De Gasperi. In questo modo si compie un'azione politica chiara - mandando un segnale a quell’area che, in termini democristiani, si sarebbe definita dorotea – e si insinua un sospetto. Ma del sospetto ne parliamo dopo.

Ora si deve solo attendere e vedere. Forse non si dovrà attendere molto poiché, se si dimostrasse attendibile una ricerca eseguita dal centro studi AnalisiPolitica (e pubblicata da Libero nell'agosto 2018), già oggi l'85% dei credenti sondati in tema di lotta all'immigrazione clandestina apprezzerebbe la sua politica. E l'apprezzamento sarebbe tanto più forte quanto più è alto il livello di religiosità dichiarato, scrivono. Il quotidiano ha sufficienti elementi per sbandierare che 3 credenti su 4, di fatto, stanno con Salvini e pertanto – secondo le rigide leggi della logica – i cattolici praticanti italiani sarebbero in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche, in particolare contro Papa Francesco, reo di chiedere un'evangelica accoglienza per i più poveri (per quanto stranieri). Insomma, messa così sembra che Salvini abbia ormai conquistato il popolo cattolico. I nomi delle due piazze simbolo, curiosamente, riassumerebbero bene il tutto. Ma il sospetto è proprio questo: citando un Papa come Giovanni Paolo II – ormai usato in termini (quasi) oppositivi rispetto al Papa attuale – e un premier come Alcide De Gasperi – simbolo dell’impegno cattolico nella storia politica italiana - sembra quasi che Salvini cerchi di ricreare quell'unità tra il trono e l'altare che appartiene così tanto al nostro retaggio storico e politico. Un tentativo neanche troppo nascosto di porsi come unico interprete di una ritrovata continuità tra potere politico e potere religioso, senza l’avvallo né delle gerarchie ecclesiastiche né dell’attuale pontefice.

Ma allora, Salvini ha conquistato il voto cattolico oppure no? In realtà sembra che i cattolici continuino a votare più o meno come tutti gli altri concittadini. Stando ai dati Ixé pare che, se proprio si volesse cercare qualche diversità cattolica tra voto di tutti e voto di chi va a messa con costanza, allora gli scostamenti più significativi (ma con percentuali non proprio alte) andrebbero a favore del Pd e di Forza Italia: del voto moderato, insomma. Potremmo quindi affermare una cosa un po' generica ma pur sempre reale: quanto più Salvini si sposta al centro e assume i toni del moderatismo, tanto più sarà votato dal mondo cattolico, in una progressione che parte da destra e si espande lentamente al centro. Ma non oltre un certo punto: il mondo cattolico più impegnato (e più strutturato) e più progressista non cambierà comunque bandiera, anzi tenderà a rafforzare gli elementi di differenziazione. Nessun trionfo salviniano: il vicepresidente del Consiglio coprirà quella parte di elettorato che cerca ordine e legge e nessuno schiamazzo. In qualche misura si dimostrerebbe così che l'appartenenza religiosa non è la vera frattura elettorale. C'è una faglia su cui, semmai, si innesta poi la religione, determinando due posizioni: la difesa della civiltà cristiana oppure la difesa cristiana della civiltà umana. Non è la prima volta che si scontrano queste due visioni e non sarà certo l'ultima. Se dagli anni Sessanta in avanti ha largamente prevalso la seconda, ora la difesa della civiltà cristiana – con tanto di troni e altari – sta riprendendo vigore. Le pulsioni sono profonde. Occorre monitorare con attenzione.

In foto, una sezione elettorale a Milano durante le elezioni politiche del 1948


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