Qualche obiezione alla presunta scomparsa dei cattolici democratici sul piano politico (con contro replica) #2

Il dibattito aperto su questo sito web in merito alla presunta scomparsa dei cattolici democratici, col primo articolo firmato da Piero Bargellini, ha suscitato interesse. La prima risposta in merito, in sostanza tre obiezioni e una critica di fondo, viene qui di seguito da Stefano Ceccanti, costituzionalista dell'Università La Sapienza, deputato del Pd, già presidente nazionale della Fuci. Resto convinto che rimettere al centro del dibattito la politica, in mesi di dibattito politico gridato e superficiale, sia decisivo. Buona lettura.

Non si può riavvolgere il filo come se nulla fosse accaduto

di Stefano Ceccanti

In primo luogo avrei dei dubbi a impostare un dibattito oggi di tipo intra-cattolico su dove siano i “cattolici democratici”: penso che sia una forma di autoghettizzazione.

Se infatti è vero, come si scrive nel primo intervento, che sono in crisi le forze che sono state il perno del secondo sistema dei partiti, questo non rilancia affatto partiti identitari, ma nuove forme comunque plurali: la Lega è un partito nazionale anti-immigrati che raccoglie tutti con questa priorità e il M5s è un originale esperimento populista italiano molto eterogeneo come provenienze. Tutto sono, comunque, tranne un rilancio di vecchie identità. E, fermo restando il calo molto pronunciato della pratica religiosa nelle fasce più giovani, cattolici ne troviamo ovunque, sia nelle forze per il momento declinanti sia in quelle in ascesa.

Non mi sembra neanche convincente, in secondo luogo, l’idea che esista un cattolicesimo democratico nella società senza rappresentanza in politica perché è stata ed è l’offerta politica che ha plasmato quello che definiamo cattolicesimo democratico, trainando dalla politica l’evoluzione della Chiesa, ben più di quanto non sia accaduto in senso inverso.

Non sono neanche convinto, terza obiezione, che prima del 1989 il cattolicesimo democratico si definisse “tout court” come keynesiano senza aggettivi e senza problemi. Il dibattito sul ruolo dello Stato nell’economia, sulle degenerazioni statalistiche, burocratiche e clientelari, in breve sui fallimenti della politica, altrettanto reali di quelli del mercato, era ben vivo nel cattolicesimo democratico a partire dagli anni ’70 ed ’80, oltre che esplicitato nella “Centesimus Annus”: si pensi all’impostazione di Beniamino Andreatta che tanto incise nell’Ulivo e in Europa, ancor prima della Terza Via, alle poche forze di sinistra riformista che si trovarono a governare in quel periodo in controtendenza rispetto a Reagan e a Thatcher, ma tenendo conto dei problemi oggettivi emersi con le tradizionali ricette (dal Psoe di Gonzalez all’azione di Rocard e Delors in Francia).

A dir la verità, dal punto di vista culturale, il cattolicesimo democratico, sul piano della cultura politica, si è scomposto e ricomposto proprio su questa linea di frattura, cioè se lo Stato dovesse essere soprattutto regolatore più che gestore diretto. Chi ha proposto la prima impostazione, al netto di vari problemi e del fatto che le policies vanno sempre aggiornate e pensate laicamente, si è comunque ritrovato e si ritrova vicino al Pd di questi anni, insieme ad altri che vengono da altre tradizioni della sinistra che erano nate più liberali o che avevano assorbito nel tempo elementi di liberalismo. E’ quanto cerchiamo di sostenere ad esempio con l’associazione di cultura politica Libertà Eguale (www.libertaeguale.it). Chi invece non ha condiviso questa linea si è trovato e si trova più favorevole al M5s o alle parti della sinistra che immaginano un accordo col M5s esattamente con questa comune impostazione statalista, insieme ad altri filoni della sinistra per i quali il liberalismo non è visto come un patrimonio positivo.

Quindi non è esattamente che i cattolici democratici non esistano sul piano politico, è che a partire da quella tradizione si sono create divisioni e nuove convergenze che non sono reversibili. Se vogliamo ritrovarli come ieri non li possiamo incontrare perché qualcosa è avvenuto. Per carità, altre cose potranno avvenire, ma non è che il filo si potrà riavvolgere come se nulla fosse accaduto.

PS. Dopo l'articolo di Stefano Ceccanti ecco la controreplica di Piero Bargellini

Caro Ceccanti,

appena ho saputo della pubblicazione del suo articolo sono subito andato a leggerlo perché ritengo che la questione che ponevo fosse centrale nella politica italiana.

Io non credo che Lega e M5S facciano politiche molto diverse da quelle in uso negli anni ’60. Essi si illudono che solo immettendo denaro pubblico nel sistema si riattivino i consumi e con loro l’economia tout-court. E’ un classico intervento Keynesiano fatto da chi Keynes lo conosce per sentito dire.

L’investimento in opere pubbliche o in sussidi alla disoccupazione, non va visto come una immissione di denaro nel sistema, ma come una efficientizzazione del sistema complessivo, questo è il nocciolo di Keynes. L’autostrada del Sole del 1958 fu un intervento di stampo Keynesiano non per i soldi che riscuotevano gli operai, ma per la maggiore efficienza complessiva del sistema trasporti che ne ricavò il sistema Paese. Da questo tipo di interventi ci fu una reale redistribuzione del reddito perché la maggiore efficienza (osteggiata dal PCI) creò nuovi posti di lavoro e nuove imprese.

La Bre-Be-Mi, ha aggiunto una scarsissima efficienza complessiva al sistema Paese e se andiamo a tirare le somme tra costi e benefici, è assai probabile che sia vicina allo zero.

Da questi due semplici esempi se ne traggono due conclusioni:

1 – Il meccanismo di sviluppo non riguarda la quantità di soldi immessa nel sistema, ma l’aumento dell’efficienza complessiva del sistema.

2 – In una società avanzata, l’aumento dell’efficienza del sistema non è proporzionale alla quantità, ma alla qualità dei risultati. (Nel Burundi la prima scuola, il primo ospedale, la prima autostrada hanno un grado di efficienza elevatissimo; in Italia la centesima scuola, ospedale o autostrada hanno un grado di efficienza complessiva molto limitato).

Detto questo, come vede, non si tratta di decidere se lo Stato è il regolatore o il gestore diretto dell’economia (è ovvio che preferisco il primo); il problema sta ancora a monte e lo possiamo riassumere nella domanda “come si fa a rendere più efficiente il sistema Italia?”.

Qui le ricette economiche si dividono: c’è una parte, consistente, della sinistra che rimpiange il bel tempo che fu e che avrebbe voluto una Fiat nazionalizzata e una Ilva in mano pubblica nonché una Alitalia, pozzo senza fondo per 11.000 persone. Landini e Camusso vanno a braccetto con Di Maio che è un populista ma che ripropone modelli economici da anni ’60; c’è qualcosa di nuovo in questo?

In generale si può dire che la crisi delle socialdemocrazie europee, ovunque sull’orlo dell’estinzione, derivi principalmente da una vecchia interpretazione del modello Keynesiano, e il Pd non fa eccezione.
La destra sociale, interpretata con eccellenza da Salvini, non vuole i migranti, ma non perchè sia razzista, come alle volte la dipingono. Se aumenta la domanda di lavoro (i lavoratori) diminuiscono i livelli salariali e chi è immigrato ha una intraprendenza sconosciuta ai nostri giovani. Se il PD fosse davvero nei luoghi di produzione se ne sarebbe accorto; io che per professione le fabbriche le ho girate spesso, me ne sono accorto subito. I migranti di prima generazione scalzano gli italiani dalle posizioni lavorative, sia autonome che subordinate, e quelli di seconda hanno profitti scolastici molto superiori ai nostri giovani così che si prevede che tra qualche anno scalzeranno anche le posizioni del ceto medio che adesso si sente al sicuro.
La controprova a queste affermazioni la può avere leggendo le cronache del dopo peste nera del 1348, quando  con il 30% in meno di popolazione i salari schizzarono alle stelle decretando un avvicendamento delle classi più agiate.

Non è un caso che la Cgil, a parole favorevole ai migranti, nei fatti non abbia mai proposto nulla di concreto per l’inserimento al lavoro dei migranti tanto che i raccoglitori di pomodori sono ancora lì senza alcun diritto.

Come vede sempre politiche falsamente Keynesiane, ma nella sostanza tutelatrici di corporazioni e nulla più, come nel caso della scuola.

A tutto ciò vanno aggiunti almeno 2 elementi.

Il primo è che oggi non è più possibile alcun accantonamento se non in denaro. Negli anni ’60 con il surplus si potevano acquistare immobili, aprire una attività, comprare terreni; oggi tutto questo è precluso ad eccezione del deposito finanziario. Chi ha una casa in più oltre alla abitazione, ha un debito non certo un capitale e se ne vuole sbarazzare più alla svelta possibile. Le attività artigianali e commerciali stanno chiudendo e per sopravvivere devono evadere il fisco, questa la realtà. Non avendo altre possibilità di accantonamento se non nel settore finanziario, l’economia reale (il lavoro) ha perso valore a tutto vantaggio del denaro; la conseguenza è che chi ha denaro non lo reinveste ma lo tiene sotto il mattone (tesaurizzazione dell’economia), tanto che dopo la valanga di soldi che la BCE ha immesso nel mercato non c’è inflazione. Una bella differenza rispetto agli ’60!

Il secondo elemento è più complesso. Il sistema di rilevamento, e quindi di conoscenza della società, è stato costruito sulla società elettromeccanica del ‘900 e non è adatto per conoscere la società informatica in cui siamo. Le statistiche ognuno le adopera per proprio tornaconto di corporazione o per supportare una tesi precostituita. Dai numeri si legge tutto e il suo esatto contrario perché siamo in una nuova era. E’ come stabilire il tasso di disoccupazione della società medioevale.

Prima, per conoscere l’andamento dell’economia erano sufficienti tre dati:  i passaggi autostradali dei camion, il consumo di energia elettrica industriale, e la quantità di packaging (gli imballaggi). Nella società informatica le “informazioni” non viaggiano in autostrada, non consumano corrente e non hanno bisogno di imballaggio.

Infine, a testimonianza di un cambiamento di era, dopo 3 secoli è cessato l’inurbamento e 10 milioni di italiani hanno cambiato residenza dal condominio cittadino alla frazione e al borgo. Il condominio è un luogo dove tutto è normato e stabilito ma manca il “bene comune”; nel borgo invece questo è ben presente assieme alla identità di paese. E’ cessato quindi la rivendicazione di continui “diritti” e c’è una rivalutazione del “bene comune” soprattutto nelle piccole comunità: è la fine del “pannellismo”.

Di fronte a tale metamorfosi è più che logico che i cattolici democratici abbiano un momento di riflessione. Le vecchie ricette non funzionano più e siamo ancora privi di un nuovo modello economico-sociale a cui ancorare l’azione politica. Ciò nonostante esiste un tessuto sociale che si va formando nelle parrocchie, ma non solo, nei borghi, nelle frazioni, nelle comunità anche laiche, che però non ha ancora fatto il gradino successivo: quello di essere consapevole di essere un nuovo soggetto sociale, poi economico e politico ma soprattutto di essere portatori di soluzioni valide per tutto il Paese. Gli attuali soggetti sociali hanno invece soluzioni per la loro singola corporazione e nulla più.

Non si tratta di riavvolgere il filo, il passato non torna, ma di contribuire a far nascere questo nuovo soggetto sociale che è ancora in embrione.

Per ovvi motivi non mi potevo dilungare molto, tuttavia per ogni punto che ho toccato è già stato fatto un approfondimento di idee e di contributi scritti sul giornale diocesano La Vita.

Nella foto Beniamino Andreatta


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