Che fine hanno fatto i cattolici democratici?

Il voto del 4 marzo sembra aver sancito la fine dei cosiddetti partiti plurali. Il Partito Democratico, in particolare, appare in grande crisi, e così Forza Italia. Mentre cresce sempre più sia la destra sovranista e post ideologica sia il populismo istituzionalizzato dei 5 Stelle.

Eppure non sono pochi coloro che si ritrovano fuori da questo schema, fra questi coloro che si sentono vicini al cattolicesimo politico, democratico e sociale italiano. Una presenza importante ma oggi, come mai prima, incredibilmente flebile. Perché?

Uso di questo mio blog per aprire un dibattito, consapevole che la conservazione e la qualità della democrazia italiana può dipendere anche da un riaffermarsi di questo cattolicesimo dalla storia non certo marginale.

Il primo intervento è di Piero Bargellini, 67 anni, nonno di sei nipoti, sposato da 45 anni. Iscritto alle Acli dal 1970, vive a Pistoia. Attualmente è collaboratore dell’Ufficio Studi del movimento. Componente della redazione del giornale diocesano “La Vita” e membro della commissione della pastorale sociale della stessa diocesi di Pistoia. Per lui il cattolicesimo democratico è sì morto da tempo, sepolto sotto le macerie del Muro di Berlino, ma non lo sono i cattolici democratici.



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Ho scoperto, grazie a una segnalazione di padre Jacques Dupont, procuratore generale dell’Ordine dei certosini presso la Santa Sede, (ex matematico, fino al 2014 è stato priore della Certosa di Serra San Bruno dove ha vissuto per ventun’anni. Oggi vive come un eremita tra le colline della Sabina, a Casperia, in provincia di Rieti) la figura di madre Geneviève, eremita protestante scomparsa nel 1961.

Sposata con Léopold Micheli e con tre figli, sceglie il silenzio dopo l’improvvisa morte del marito. "Il mattino di mercoledì 21 giugno – racconta lei stessa nel libro di Minke de Vries, “Verso una gratuità feconda” (Paoline) – Léopold arrivò. Aveva deciso di godersi appieno le vacanze. L’avevo visto raramente così sereno e così felice. Rimase subito incantato dalla nostra sistemazione. Appena pronti, si dovette scendere in spiaggia, i bambini erano felicissimi di rivederlo".


L’11 ottobre scorso sono stato a Pistoia, invitato dalla diocesi assieme ad Antonella Lumini a parlare all’interno della rassegna teologica “I linguaggi del divino, rinascere dall’alto”, rassegna arrivata alla 31ª edizione.

Ho pensato che al posto di svolgere due interventi, fosse meglio una mia intervista ad Antonella, lasciare cioè che attraverso le mie domande fosse lei a raccontare di sé, del silenzio, della scelta eremitica, di una strada oggi ancora troppo poco percorsa nel cristianesimo.

Se molti, infatti, cercano risposte nelle pratiche orientali è anche perché in Occidente non trovano nel cristianesimo strade di discesa in sé stessi analoghe. Buon ascolto.


Non mi piace definirle agiografie, come se fosse lecita una letteratura esclusivamente dedicata ai santi. Infatti questa, in passato, seppure con eccezioni, è stata percorsa con conseguenze a mio avviso poco buone: molti testi devozionali, al limite del credibile. Insomma, preferisco chiamarle biografie. E fa niente se i due protagonisti sono stati l’uno canonizzato, l’altra beatificata. Le loro storie hanno diritto d’esistenza in sé, come tutti i racconti sono ordinarietà e straordinarietà insieme.

Biografie. Questo il genere dei miei due ultimi libri usciti l’uno a un giorno di distanza dall’altro, pur avendovi lavorato in tempi diversi. Il 30 agosto “Francesco di Paola, un eremita nel mondo” (Rubbettino), il 31 agosto “Eurosia. Come un fiore di campo” (Edizioni San Paolo). La vita di Francesco Maltolilla, per tutti Francesco di Paola, e la vita di Eurosia Barban, conosciuta come mamma Rosa. La prima biografia me l’ha proposta Rubbettino. La seconda è stata più un’idea mia.


APPUNTAMENTI


Giovedì 8 novembre dalle 19 sarò a Messina alla Sala Delle Bandiere del Comune per presentare insieme ad Antonella Lumini “La custode del silenzio”. L’incontro è organizzato da “Anthurium Rosa. Cammini di conoscenza

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Prima o poi arriverò al nocciolo, a quel gheriglio di scrittura innanzi al quale ogni altro tentativo al confronto non potrà che impallidire
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